
scomporre e ricomporre... decontestualizzare... distruggere per ricostruire... trasfomare... uso e abuso... riciclare...
sarebbe una bellissima cuccia moderna (basta con le piccole baite per cani in legno!)

scomporre e ricomporre... decontestualizzare... distruggere per ricostruire... trasfomare... uso e abuso... riciclare...
sarebbe una bellissima cuccia moderna (basta con le piccole baite per cani in legno!)
Due appunti scritti mille anni fà e ritrovati nella polvere del web... raccolti amorevolmente e dedicati a Takhisis
LA FACOLTÀ’ DI ARCHITETTURA (Genova)
Della costruzione di Gardella e del suo inserimento in queste profonde ferite della città di Genova, a mo’ di cerotti, lasciate dalla guerra, non posso dir molto, non avendola mai vista dal vero. Ricordo vagamente una lezione fatta a tal proposito, penso da un assistente del Prof. Rebecchini, o da lui stesso, ormai parecchi anni fa’, ma soprattutto ricordo l’umanità di Ignazio Gardella (che poi, non capisco bene perché tutti lo considerino un Architetto quando in realtà è un Ingegnere) dimostrata quando partecipò ad una lezione dello stesso corso. Ricordo anche che avrei voluto fargli una domanda, su come aveva lui vissuto, come fatto ideologico e di coscienza personale, il passaggio da una architettura "di regime" ad una architettura "libera", ma dove il termine architettura poteva valere per tutti gli innumerevoli aspetti della società. Poi, un po’ per rispetto, e un po’ per "timore", ci rinunciai.
Della Facoltà di Architettura posso invece riportare testualmente un episodio accaduto realmente durante la visita, così come raccontatomi dai miei compagni.
Pare che ad un certo punto la loro attenzione fu attirata da una finta finestra perfettamente dipinta su un muro interno di una stanza, ma i commenti diventarono particolarmente ironici quando notarono che la maniglia della finta finestra era invece reale. Sembra che ad un tratto qualcuno chiese all’accompagnatore, il Cicerone di turno, che mai potesse servire una maniglia appiccicata ad un muro. Lui, piuttosto stupito alla domanda, rispose: "Come a cosa serve?... Ad aprire la finestra!" e detto ciò, aprì effettivamente la finestra, e con un balzo volò via.
IL TEATRO CARLO FELICE (Genova)
Non so spiegarmi del perché mi nascosi dietro quella pesante tenda del palco, ed in fondo nessuno del gruppo si accorse della mia "sparizione", forse anche perché quel giorno in realtà non c’ero. Un po’ ero affascinato dall’idea di potermelo godere da solo quello strano oggetto del teatro di Genova, senza nessuno a spiegarmi delle fantascientifiche possibilità di gestione degli impianti di condizionamento o della macchinosa macchina scenica, dove non so’ bene quante scene potevano essere allestite contemporaneamente. No, in quel momento non mi interessava tutto questo, scelte tecniche di cui qualcun altro sarebbe stato più competente di me a cui lasciare i problemi. Quel che mi interessava era invece il risultato estetico o, se qualcuno preferisce, architettonico di quel lungo dibattito che era stato la ricostruzione (o ri-distruzione) di questo teatro storico, ma non tanto tale da risultare vincolato nell’immaginario culturale della città. O forse che questo immaginario culturale non esisteva per niente e complice la distruzione bellica, la città sognava modernismi e funzionalità post-razionalistiche? Oppure era solo una città che voleva scrollarsi di dosso una certa immagine che però non riesco ad evidenziare nella mia mente troppo povera di informazioni?
Comunque era questo dibattito lungo oltre quarantanni che mi affascinava e forse turbava. Tutta l’operazione mi era sembrata frutto di forzature e contraddizioni: il primo concorso di ricostruzione nonostante la non totale distruzione dovuta agli eventi bellici che ne avrebbe permesso facilmente il restauro scientifico, poi il salto di qualità (di qualità?) del progetto di Scarpa che per assicurarsi la prosecuzione del suo progetto fa abbattere quel poco che era rimasto in piedi e infine l’ultimo concorso, ormai dei giorni nostri. E’ vero: tutta l’operazione mi lasciava fortemente perplesso e mi riportava alla mente il forte grido di dolore dei veneziani e del loro doge: "Dov’era! Com’era!". Ma d’altronde già Erotodo parlava della Fenice, il mitico uccello che rinasce dalle proprie ceneri.
Per questo quel giorno volevo vivere questa architettura, percorrerla, capirla, cercare le "vibrazioni" che qualcuno, nei libri, cerca di convincere che esistano davvero (ma queste "vibrazioni" davvero ancora non sono riuscito a capire cosa siano; e dire che tutti le citano e le esplicitano come risultato di una "vera architettura" - forse sono come i sentimenti d’amore che non si riescono a comprendere fintanto che non li si prova?).
Già esternamente, i suoi volumi, le sue forme, i contrasti, avevano lasciato in me, forte fautore della "conservazione" di tutto ciò che abbia almeno un giorno, forti risentimenti nei confronti dei progettisti, ma era nella sala l’apoteosi della fine del Teatro: dov’era finito il teatro all’italiana con la sua classica forma a ferro di cavallo e i palchetti su più ordini a definire meglio gli ordini sociali degli uomini?
Percorrevo ancora deluso, quasi al buio, questa grande pseudo-piazza cittadina che era diventata la sala, con i suoi marmi scuri, le finestre e i balconcini, la lunga balaustra in legno, questa strana ed improbabile rivisitazione del teatro di piazza o delle corti, quando mi accorsi che il sipario improvvisamente era diventato uno schermo bianco dove, forse magicamente, venivano proiettate vecchie immagini consumate devastanti di guerra, con gli edifici sventrati, le chiese distrutte, i monumenti ridotti a macerie dove solo monconi strutturali di murature annerite si ergevano a raccontarci l’impotenza dell’uomo creatore e distruttore. E riconobbi in questo turbinio di fotografie le città che ben conoscevo, edifici che giornalmente vivevo come reperti del passato, ma che capivo in quel momento essere solo tristi riproduzioni, ma anche città e visuali a me sconosciute e tutto ciò a dimostrare ancora una volta quanto può essere piccolo il mio bagaglio di conoscenze.
Improvvisamente la catena dei "guasti" si fermò su una immagine che riconobbi nel teatro sventurato del postbellico. Salito sul palco cominciai a tracciare dei segni con la matita sulla fotografia proiettata sullo schermo, prima con incertezza, poi sempre più con decisione, fino a quando la mia mano, rapita da un raptus misto di arroganza ed ispirazione, cominciò a muoversi indipendentemente dalla mia volontà ragionata...
Prima ancora di accorgermi di aver ridisegnato il teatro cosi come in realtà è adesso, qualcuno, in fondo alla sala semibuia, batté leggermente le mani, quasi un lento applauso di approvazione: "Bravo... anch’io lo avrei fatto così...."
Ero sudato e soprattutto imbarazzato: "Io non... comunque grazie... signor...?"
"Ignazio... solo Ignazio."
la mattina di domenica, tepore dell'appena svegli, ti cerco sotto il piumone e tu mi rispondi "mi aiuti a piegare le lenzuola?" - la cosa più carina che mi hai detto domenica
inquietudine dentro, le uniche parole che dico sono sms, e comunque parole false
riposo, ambito premio mai vinto
inquietudine dentro, lo stomaco torna a lacerarsi
io continuo a non parlare e vivo e guardo e penso nel vuoto, mi chiedi cos'ho... non lo sai? pazienza... ce l'ho con te
la passione è morta (me l'hai uccisa) da mesi e da ieri faccio anche fatica a baciarti
mi ami? si. tanto? abbastanza... ma non è vero
ti guardo fisso gli occhi mentre fai colazione, li cerco, ma non incrociano mai i miei, girano intorno alla ricerca di un qualcosa che mi sfugge, forse una ragnatela, forse un po' di polvere o forse l'ordine che non c'è
nell'amore cogli l'attimo... se ci pensi troppo dopo diventa tutto più difficile... è un momento di follia pura e per questo bisogna coglierla come tale, come un momento
la tua incostanza, una volta vicina, una volta lontana... io non capisco e faccio fatica ad adeguarmi
non dire mi manchi, non dire ti amo, non dire nulla, solo cazzate, pur di tenerti qui. E se mi sfugge, mi sfuggi via
vietato scoprire le carte, i pensieri più intimi non fanno parte del divertimento... nascondo le carte e il gioco continua
inquietudine dentro e questo cuore impazzito: avere voglia di te e di portarti via...
inquietudine dentro rassegnato
Attenzione attenzione!
Eccolo qui, dopo nove mesi di incubazione finalmente nasce il nuovo e rivoluzionario manifesto db dell'architettura del nuovo millennio. Si preannuncia un terremoto nel campo! Questo manifesto è il frutto della nostra accanita, attiva e sistematica ricerca, dell'essenza eterea e materiale dell'architettura. Questo manifesto è le tavole della Legge, la cosa simpatica del chi divertente anche se inutile. Niente più sarà più come prima!
db - l'ancora di salvezza dell'Architettura:
1 - trasparenza come "chiave di lettura" della matericità
2 - l'utopia è l'oppio degli architetti
3 - l'opera d'arte nasce dall'interpretazione della propria scrivania
4 - il refluo crea delle opportunità (per coglierle occorre fiuto!)
5 - prima creiamo, poi vi bastoniamo!
6 - poche gocce di purezza realizzano l'opera d'arte
7 - la creazione discende dal caos
8 - leziosità, vituperio della purezza
9 - meglio vivere nelle illusioni che nella nebbia
10 - la creatività ha bisogno di tempo!
11 - la vera architettura non risorgerà più
12 - il vuoto è colmo!
13 - disarchitettura
14 - epura la mente dalle distrazioni ed emergerà la vera architettura!
15 - piangiamo lacrime di architettura
16 - l'architettura è autocommiserazione
17 - asimmetria come stimolo alla visione artistica dell'architettura
18 - l'architettura che nasce dal cuore è un'opera d'arte perchè sincera
danilo guerri
massimo carmassi
Bacio
non dato
è bacio
sprecato:
l'amore
dev'essere
assaggiato.
(più o meno...)
"La considero un indice di intelligenza superiore" (B. Russel)
Ohhh, come mi sento intelligente oggi!
ogni tanto mi piacerebbe aggiornare il blog, inteso come "contenitore". l'ho fatto un paio di volte fin'ora... è come fare le pulizie di primavera o, meglio, come un lifting ad una facciata che ormai ha stancato (significativa metafora della vita!)...
si cambiano i colori... si cambia il fondo... magari si cambia la serratura per non far entrare più chi da tempo ha le chiavi, ma che ormai non usa più...
(non che i template base di splinder siano eccezionali, anzi... un giorno o l'altro mi metto a studiare l'html così me lo personalizzo a mia immagine e somiglianza...)
allora ho riguardato il mio blog prima del cambiamento... una specie di ultimo saluto... ma non è che mi dispiaccia così com'è: nello sfondo del titolo, un po' in trasparenza, una specie di bosco che mi ricorda che sono di bosco... una specie di faro (?) che mi ricorda che sono di mare... dei colori neutri, sabbia e beige, forse un po' scialbi, ma che fanno tanto, tanto "razionalismo"! tutto sommato mi piace... anche gli ospiti mi piacciono... chi mi viene a trovare solo per un saluto e chi ha le chiavi per entrare... per aprirne la porta e magari lasciarmi qualche sorpresa (significativa metafora del cuore!)...
...magari elimino solo qualche link di blog ormai "immobile" nello spazio virtuale da troppo tempo...