mi guarda con quei suoi occhioni ingrigiti e opachi. nel suo viso scarno gli occhi paiono più grandi di quel che sono. mi guarda e pare riconoscermi. le domando qualcosa, non so cosa dirle. lei mormora flebile qualcosa. forse accenna ad un sorriso e continua a fissarmi. mi vuol dire qualcosa con quegli occhi. il suo corpo è ormai svanito. è solo un mucchietto di ossa tenuto assieme da un sottilissimo strato di pelle che pare pronta a rompersi da un momento all'altro. le sue gambe mi impressionano. mi vengono in mente quelle foto degli ebrei dai campi di sterminio. le tengo per un po' la mano. non riesce più a tenersi in piedi e d'altronde come potrebbe senza muscoli. si sta consumando pian piano ed è veramente piccola... è quasi scomparsa.
non che fosse mai stata una donnona, anzi. piccolina lo è sempre stata ma da piccoli, i grandi ti sembrano sempre dei giganti. piccolina, ma con una ferma dolcezza che riusciva a calmare persino quel burbero montanaro del marito, lui sì un vero gigante, un armadio. una ferma dolcezza che serviva a tenere le redini dei nipotini cresciuti nelle estati dei monti. o di qualche altra località remota.
sono lontani i tempi dei "azident bastrecul!" e della nutella spalmata sul pane caldo del forno, delle macchinine in vetrina che ogni tanto mi regalava e che io smontavo per capire com'erano fatte dentro, dei racconti di quando lei faceva la cuoca nell'ambasciata italiana nella germania nazista e quella volta che cucinò anche per hitler ("ma com'era hitler di persona?" e lei: "mah... un'omaren..."), delle tigelle e dei tortellini
che come son buoni i tortellini della nonna...


